Perché io sì e loro no? Il rientro dopo due mesi di confronto fra teoria e pratica dei diritti umani

30 settembre 2019 - L’esperienza di Ilaria Colombo, volontaria in Ghana.

Mentre scrivo sto pensando che tra dieci giorni non sarò più qui. Tra dieci giorni non sarò più qui seduta in ufficio a Sunyani, con Isaac che cerca di farmi imparare la lingua locale, il Twi. Non sarò più qui con il sottofondo del Training in Agriculture che si sta svolgendo nella sala di fianco. Non prenderò più la bici tutte le mattine per andare in ufficio pedalando per il compound, non avrò più i capelli vaporosi per l’umidità, le caprette che tengono compagnia di notte. Non potrò più imparare cose nuove ogni giorno.

Chissà come saranno i progetti tra qualche anno, quante vite avranno cambiato. E tutto quello che due mesi fa sembrava sconosciuto e nuovo adesso è diventato familiare e vicino. Pensavo che la parte più difficile sarebbe stata partire da casa. E invece…

“Quanto più l’esperienza è forte quanto meno è facile da descrivere” ci hanno detto in Università prima di partire: adesso capisco bene cosa significhi.

Sono partita sapendo poco del mondo della cooperazione allo sviluppo e dell’advocacy, conoscevo i diritti umani solo dai manuali. Torno a casa non avendo in mano il mondo, ma sicuramente ne conosco uno spicchio in più. È facile parlare di Stato di diritto, di libertà personali, di diritto allo studio, di diritto all’ascolto quando sei seduto nell’aula confortevole di una università italiana: sai di cosa stai parlando, perché se nasci nella parte fortunata del mondo sperimenti quei diritti dalla nascita, li dai per scontati, finendo per non darci più il peso che si meritano. È più difficile quando tu, ragazza che vivi in Europa, devi cercare di spiegare che cosa sia un diritto umano a qualcuno che sei consapevole non ha la possibilità di poterlo esercitare del tutto o, nella migliore delle ipotesi, solo parzialmente. Perché io sì e loro no?

La fatica di comunicare conoscenze

Quando sono partita la combinazione immigrazione e ONG in Italia era esplosiva: spero di far cambiare idea a qualcuno raccontando quello che ho visto. Scrivo dal Ghana, uno dei Paesi più sviluppati dell’Africa, ma c’è ancora tanto da fare: lavoro minorile diffuso, diritto all’istruzione difficilmente garantito a tutti i livelli, poche possibilità di mobilità sociale, discriminazione nei confronti delle donne molto accentuata. Qui si lavora per dare la possibilità di rimanere e di vivere dignitosamente in Ghana, si lavora per spiegare e disincentivare quella rotta lunga e pericolosa verso l’Europa. Si lavora per dare strumenti e potenziare conoscenze.

Ma non è affatto semplice. Non è semplice perché per fare 100 km ci vogliono quasi 3 ore, perché ogni tanto salta la corrente; non è semplice perché ci sono una lingua, una cultura e tradizioni da capire, perché quello che è intuitivo e scontato per te non lo è per l’altro.

La gioia di incontrare persone, le loro storie e le loro speranze

Ho avuto la possibilità di vedere vari aspetti del lavoro (o forse meglio, vocazione) del cooperante, ma in particolar modo ho potuto prendere parte ad un training in Human rights based approach and Advocacy insieme a istituzioni locali, religiose e tradizionali sotto la guida di Gianpaolo e Barbara. Non è spiegabile a parole come ci si sente quando questioni scottanti come il colonialismo e il lavoro minorile si presentano attorno ad un tavolo tra Africani e Europei; non è spiegabile la speranza per un mondo più giusto che si percepisce quando tra persone apparentemente lontanissime per età, cultura e formazione si instaurano dialoghi fruttuosi per migliorare le condizioni di vita dei più vulnerabili. Sono piccoli passi, non faranno cambiare il mondo in un istante, ci vuole tempo; ma sono piccoli passi che fanno la differenza e che ho avuto la fortuna di poter vedere.

E poi c’è tutto il lato umano di questa esperienza: le persone che ho incontrato, le storie che ho sentito, le cose che ho visto. Ma quelle rimangono dentro ad una birra sotto ad un mango, al ridere fino a piangere, allo scivolare nel tentativo di risalire una cascata.

Non so se riuscirò a “wake up the world” (svegliare il mondo) come ho sentito dire durante una omelia in queste lunghe e gioiose messe africane, ma di sicuro, Ghana woke me up. Medase pa! (Il Ghana mi ha svegliato. Grazie!).

Sunyani, 11 settembre 2019

Ilaria Colombo

 

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